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La crisi energetica ha solo cause politiche!

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di GUGLIELMO PIOMBINI

Sull’energia gli attuali politici europei fanno gli stessi discorsi che faceva il penoso Jimmy Carter nel 1979, poi meritatamente sconfitto da Ronald Reagan.

La crisi energetica ha cause politiche: i costi enormi dell’energia sono stati provocati dalle demenziali politiche ambientaliste dei governi sollecitate dalla Commissione Europea.
Se esistesse un libero mercato dell’energia, senza sussidi alle rinnovabili, senza divieti al nucleare e alle trivellazioni, senza criminalizzazione dei combustibili fossili, l’energia sarebbe talmente abbondante da costare poco o nulla, come sempre accade nel capitalismo.

Purtroppo oggi i responsabili della crisi energetica si atteggiano a risolutori della situazione. La gente abbocca e chiede aiuto ai governi per far fronte ai rincari delle bollette. A tal proposito, consiglio la lettura di questo breve scritto di Gerardo Verolino:

  • 15 Luglio 1979, nel pieno della drammatica crisi energetica che investe gli Stati Uniti, a causa del vertiginoso aumento del prezzo del petrolio e della riduzione delle esportazioni di greggio verso l’Occidente da parte dei paesi dall’Opec, il candido, inadeguato presidente Carter – uno che aveva ostacolato in tutti i modi lo sviluppo dell’energia nucleare e la costruzione di nuove centrali, per puntare solo sulle insufficienti fonti alternative green – si rivolge alla nazione, che aspettava, con trepidazione risposte dal presidente, in un famoso discorso televisivo, che passerà alla storia, purtroppo, come il discorso del malessere.
    Il triste e mediocre Carter, anzichè rassicurare i cittadini proponendo le sue soluzioni al superamento della crisi energetica, accuserà, invece, colpevolizzandoli, gli americani, a causa del loro stile di vita e delle loro eccessive pretese.
    “Troppi di noi – dice Carter – ora tendono ad adorare il consumismo e non si preoccupano delle conseguenze delle loro azioni. L’identità umana non è più definita da ciò che si fa, ma da ciò che si possiede. Ma abbiamo scoperto che possedere e consumare cose non soddisfa il nostro desiderio di significato”.
    E propone come soluzione il cambiamento delle proprie abitudini:
    “Vi chiedo per il vostro bene e per la sicurezza della vostra nazione di non fare viaggi inutili, di condividere i viaggi in auto o i mezzi pubblici ogni volta che potete, di lasciare parcheggiata la vostra auto un giorno in più a settimana, di non alzare troppo i termostati per risparmiare energia. Ogni atto di conservazione dell’energia come questo è più del semplice buon senso: vi dico che è un atto di patriottismo. Quindi, la soluzione della nostra crisi energetica può anche aiutarci a vincere la crisi dello spirito nel nostro Paese; può riaccendere il nostro senso di unità”.
    Questo lugubre discorso fece sprofondare gli americani nella più cupa depressione; ma alimentò anche quella rabbia che metteranno, di lì a poco, quando, un anno dopo, cacceranno l’ingenuo, stolto Carter, a robuste pedate nel sedere dalla Casa Bianca, per sostituirlo con un presidente ottimista, pragmatico e con una visione chiara del futuro, che consentirà al Paese di uscire dalla crisi con poche, semplici soluzioni: tra le quali, anche, il ricorso all’energia nucleare.
    “La mia amministrazione dirà Reagan nel 1981- è impegnata nell’uso dell’energia nucleare come elemento cruciale nell’enorme compito di soddisfare il fabbisogno energetico dell’America. L’industria americana ha sviluppato una solida base tecnologica per la produzione di elettricità dall’energia nucleare e dobbiamo alla nostra gente rendere possibile l’uso di questa tecnologia per migliorare la propria vita”.
    I politici propongono soluzioni e risolvono problemi. Non accusano i cittadini per il loro stile di vita, prospettando scenari apocalittici.

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