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Bruno Leoni, giurista e filosofo accademico, 1913 – 1967
di Aldo Colosimo
Ignorato nelle scuole italiane, al contrario di quanto avviene in quella parte di mondo anglosassone ancora sano, spiegava: «La situazione paradossale del nostro tempo è che siamo governati da uomini, non perché non siamo governati dal diritto, come pretenderebbe la classica teoria aristotelica, ma esattamente perché lo siamo».
Bruno Leoni aveva infatti ben chiaro che neppure la “democrazia”, dunque, la regola delle decisioni prese dalla maggioranza delle persone ed imposte agli altri, poteva giustificare la soppressione della libera scelta degli individui.
Il punto è sempre questo: le “regole” sono quelle che gli uomini si danno volontariamente e che decidono di accettare nel momento in cui scambiano e collaborano, ciascuno per realizzare il proprio progetto di vita, nel rispetto del principio di non aggressione, migliorando costantemente le proprie condizioni di vita e quindi quelle delle comunità.
Questa è l’anarchia, che non è “assenza di regole” ma è assenza di capi, di sovrani.
C’è un punto fino al quale Bruno Leoni non si è spinto e che è la logica conseguenza del suo pensiero. Gli uomini per loro natura non hanno infatti bisogno di quella finzione, quella costruzione mentale che si fa chiamare “stato” e che giustifica l’aggressione da parte di clan che pretendono di essere interpreti dell'”interessi nazionale”, di un “bene comune” superiore a quello degli individui per imporre le loro regole sugli altri, con la minaccia e con il monopolio della violenza armata, per realizzare ciò che serve a loro per mantenere ed aumentare il loro potere di decidere cosa gli altri possano o non possano fare.
Una finzione, una superstizione alla quale i più si sono piegati nel corso dei secoli accettando di rendersi schiavi e che ha avuto effetti tragicamente sanguinosi, dividendo le persone, derubandole dei frutti del loro lavoro e del loro ingegno, provocando distruzione e guerre a vantaggio del potere degli stessi membri dei clan politici, nascondendo e distorcendo informazioni e preferenze, frenando gli scambi e la libera collaborazione, aumentando la povertà e, in definitiva, distruggendo la naturale aspirazione di ciascuno a migliorare le proprie condizioni di vita.
