di THOMAS E. WOODS JR.
È un cliché che se non studiamo il passato siamo condannati a ripeterlo. Quasi altrettanto certo, tuttavia, è che se ci sono lezioni da trarre da un episodio storico, la classe politica trarrà tutte quelle sbagliate – e spesso deliberatamente.
Lungi dal vedere il passato come una potenziale fonte di saggezza e intuizione, i regimi politici hanno l’abitudine di impiegare la storia come un’arma ideologica, distorcendola e manipolandola al servizio delle loro ambizioni. Questo è ciò che intendeva Winston Churchill quando descrisse la storia dell’Unione Sovietica come “imprevedibile”.
Per questo motivo, non dovremmo sorprenderci che i nostri leader politici abbiano fatto un uso così trasparente e ideologico del passato a seguito della crisi finanziaria che ha colpito gli Stati Uniti alla fine del 2007. Secondo la saggezza convenzionale ripetuta all’infinito, la Grande Depressione degli anni ’30 fu il risultato del capitalismo scatenato e solo i saggi interventi dei politici progressisti ristabilirono la prosperità.
Molti di coloro che ammettono che i programmi del New Deal da soli non riuscirono a risollevare il paese dalla depressione, continuano però a suggerire che fu la massiccia spesa pubblica messa in campo durante la seconda guerra mondiale a farlo1 (Anche alcuni di quelli che si dicono sostenitori del libero mercato fanno quest’ultima affermazione, che sdogana l’intero argomento teorico dei sostenitori dello stimolo fiscale.)
La connessione tra questa versione della storia e gli eventi recenti è abbastanza ovvia: ancora una volta, si afferma, il capitalismo selvaggio ha creato un disastro formidabile e, ancora una volta, solo una combinazione di stimoli fiscali e monetari può salvarci. Al fine di assicurarsi che questa versione degli eventi si affermi, si fa poca o nessuna menzione pubblica della depressione del 1920-1921. E non c’è da stupirsi: quell’esperienza storica sgonfia le ambizioni di coloro che promettono soluzioni politiche ai veri squilibri che si trovano al cuore delle crisi economiche.
L’opinione pubblica sostiene che in assenza di una politica anticiclica da parte del governo, fiscale, monetaria, o di entrambi i tipi, non ci si possa aspettare una ripresa economica, o almeno, non senza un ritardo intollerabilmente lungo.
Tuttavia durante la depressione del 1920-1921 furono seguite politiche opposte e di fatto la ripresa non tardò ad arrivare.
La situazione economica nel 1920 era dura. In quell’anno la disoccupazione era passata dal 4 a quasi il 12 percento e il Pil era sceso del 17 percento. Non sorprende quindi che il segretario al commercio Herbert Hoover – erroneamente definito un sostenitore dell’economia di laissez-faire – abbia esortato il presidente Harding a prendere in considerazione una serie di interventi per invertire il corso dell’economia. Ma Hoover venne ignorato.
Invece di adottare uno “stimolo fiscale”, Harding tagliò il bilancio del governo quasi a metà tra il 1920 e il 1922. E il resto del suo approccio fu altrettanto da laissez-faire. Le aliquote fiscali vennero diminuite per tutti gli scaglioni di reddito. Il debito nazionale fu ridotto di un terzo.
L’attività della Federal Reserve, inoltre, era appena percettibile. Come afferma uno storico economico, “Nonostante la gravità della contrazione in atto, la Fed non si mosse e non usò i suoi poteri per aumentare l’offerta di moneta e combattere la contrazione”2. Alla fine dell’estate del 1921, erano già visibili segni di ripresa. L’anno seguente, la disoccupazione tornò al 6,7 per cento e nel 1923 era ormai solo del 2,4 per cento.
È istruttivo confrontare la risposta americana di quel periodo a quella del Giappone. Nel 1920, il governo giapponese introdusse i fondamenti di un’economia pianificata, con l’obiettivo di mantenere i prezzi artificialmente alti. Secondo l’economista Benjamin Anderson,
- le grandi banche, le industrie fortemente concentrate e il governo fecero fronte comune, distrussero la libertà dei mercati, arrestarono il declino dei prezzi delle materie prime e mantennero il livello dei prezzi giapponese al di sopra del livello mondiale in calo per sette anni. Durante questi anni il Giappone subì una stagnazione industriale cronica e alla fine, nel 1927, ebbe una crisi bancaria di tale gravità che molti rami dei grandi sistemi bancari crollarono, così come molte industrie. Era una politica stupida. Nel tentativo di evitare perdite pari alla produzione di un anno, il Giappone perse sette anni.3
Gli Stati Uniti, al contrario, permisero alla loro economia di riaggiustarsi. “Nel 1920–21”, scrive sempre Anderson,
- abbiamo avuto le nostre perdite, abbiamo riadattato la nostra struttura finanziaria, abbiamo sopportato la nostra depressione e nell’agosto del 1921 abbiamo ricominciato… La ripresa della produzione e dell’occupazione che ebbe inizio nell’agosto del 1921 si basava profondamente su una drastica pulizia delle debolezze nel settore del credito, su una drastica riduzione dei costi di produzione e sul libero gioco delle imprese private. Non si basava su una politica governativa progettata per far funzionare bene gli affari.
- Il governo federale non fece ciò che gli economisti keynesiani da allora lo hanno spinto a fare: gestire bilanci sbilanciati e aprire il rubinetto dell’aumento delle spese. Piuttosto, prevalse la visione antiquata, secondo cui il governo dovrebbe mantenere basse le tasse e le spese e ridurre il debito pubblico.4
Questi erano i temi economici della presidenza di Warren Harding. Pochi presidenti furono sottoposti alla totale ridicolizzazione che Warren Harding dovette sopportare durante la sua vita e che continua a ricevere dopo la sua morte. Ma l’opinione generale su Harding è assurdamente sbagliata: persino la presunta “corruzione” della sua amministrazione fu ridicolmente minore rispetto alle trasgressioni presidenziali che da allora abbiamo dato per scontate.
Nel suo discorso del 1920 con cui accettava la nomination alle presidenziali repubblicane, Harding dichiarò:
- Tenteremo una deflazione intelligente e coraggiosa e colpiremo i debiti del governo che allargano il male, e attaccheremo l’alto costo del governo con ogni energia e struttura che attiene alla capacità repubblicana. Promettiamo che quel sollievo verrà dall’arresto degli sprechi e delle stravaganze e dal rilancio della pratica dell’economia pubblica, non solo perché alleggerirà il carico fiscale ma perché sarà un esempio per stimolare la parsimonia e l’economia nella vita privata.
- Chiediamo a tutto il popolo parsimonia ed economia, di fare sacrifici se necessario, chiediamo una spinta nazionale contro la stravaganza e il lusso, e raccomandiamo la semplicità della vita, l’adozione di quello stile di vita prudente e normale che è la salute della Repubblica. Non c’è stato un recupero dagli sprechi e dalle anomalie della guerra da quando la storia dell’umanità è stata scritta per la prima volta, se non attraverso il lavoro e il risparmio, l’industria e la parsimonia, mentre le spese inutili e le stravaganze incuranti hanno sempre segnato ogni decadimento nella storia delle nazioni.
Non è quasi necessario sottolineare che il consiglio di Harding – espresso nel contesto di un discorso ad una convention politica, niente di meno – è l’opposto di ciò che i presunti esperti ci sollecitano a fare oggi. Inflazione, aumento della spesa pubblica e assalti ai risparmi privati combinati con richieste di sperpero da parte dei consumatori: questo è il programma per la “ripresa” nel XXI secolo.
Non sorprende che molti economisti moderni che hanno studiato la depressione del 1920-1921 non siano stati in grado di spiegare come la ripresa sia potuta essere così rapida e radicale nonostante il governo federale e la Federal Reserve si siano astenuti dall’impiegare uno qualsiasi degli strumenti macroeconomici: la spesa per lavori pubblici, i disavanzi e la politica monetaria inflazionistica – che l’opinione pubblica raccomanda oggi come soluzione ai rallentamenti economici. L’economista keynesiano Robert A. Gordon ha ammesso che “la politica del governo per moderare la depressione e accelerare la ripresa era minima. Le autorità della Federal Reserve erano per lo più passive… Nonostante l’assenza di stimoli da parte della politica governativa, tuttavia, la ripresa non fu ritardata a lungo”.5
Un altro storico dell’economia spiega che “l’economia è rimbalzata rapidamente dalla depressione del 1920-1921 ed è entrata in un periodo di crescita abbastanza vigorosa”, ma ha scelto di non commentare ulteriormente questo sviluppo.6 “Questo era il 1921” – scrive il condiscendente Kenneth Weiher – molto prima che il concetto di politica anticiclica fosse accettato o addirittura compreso.7“ Forse non avevano “capito” la politica anticiclica, ma la ripresa arrivò comunque – e rapidamente.
Uno dei modi più perversi di trattare l’argomento viene da due storici della presidenza Harding, i quali insistono che senza la confisca da parte del governo di gran parte del reddito degli americani più ricchi, l’economia americana non sarà mai stabile:
- I tagli alle tasse, insieme all’enfasi sul rimborso del debito nazionale e sulla riduzione delle spese federali, si sommarono per favorire i ricchi. Molti economisti arrivarono a concordare sul fatto che una delle principali cause della Grande Depressione del 1929 fu l’ineguale distribuzione della ricchezza, che sembrò accelerare durante gli anni ‘20 e che fu il risultato del ritorno alla normalità. Nel 1929 il cinque percento della popolazione aveva oltre il 33 percento della ricchezza della nazione. Questo gruppo non riuscì a usare la propria ricchezza in modo responsabile… Invece alimentarono speculazioni malsane sul mercato azionario e una crescita economica diseguale.8
Se questa assurda spiegazione teorica fosse corretta, il mondo sarebbe in uno stato di depressione costante. Non c’era nulla di insolito nel modello di ricchezza americana negli anni ’20. Differenze di gran lunga maggiori sono esistite in innumerevoli tempi e luoghi senza alcuna conseguente crisi.
In effetti, la Grande Depressione si è effettivamente verificata nel mezzo di una drammatica tendenza al rialzo della quota di reddito nazionale dedicata ai salari negli Stati Uniti – e durante una tendenza al ribasso della quota destinata a interessi, dividendi e redditi da impresa.9 In realtà non abbiamo bisogno di espropriare in modo violento nessun americano per raggiungere la prosperità, grazie al cielo.
Tuttavia, non è sufficiente dimostrare che la prosperità è seguita all’assenza di stimoli fiscali o monetari. Dobbiamo capire perché ci si può aspettare questo risultato, in altre parole, perché il ripristino della prosperità in assenza dei rimedi che ci vengono prescritti in tempi più recenti non è stata una stranezza o il risultato del caso.
“La banca centrale è in guerra contro la realtà”. Innanzitutto, dobbiamo considerare perché in primo luogo l’economia di mercato è afflitta dal ciclo boom-bust. L’economista britannico Lionel Robbins ha si è chiesto nel suo libro del 1934 “La grande depressione” perché si dovrebbe verificare un “ammasso di errori” improvviso tra gli imprenditori. Dato che il mercato, attraverso il sistema dei profitti e delle perdite, elimina gli imprenditori meno competenti, perché quelli relativamente più qualificati che il mercato ha premiato con i profitti e il controllo su risorse aggiuntive dovrebbero improvvisamente commettere gravi errori e tutti nella stessa direzione? Qualcosa al di fuori dell’economia di mercato, piuttosto di qualcosa inerente ad essa, non potrebbe spiegare questo fenomeno?
Ludwig von Mises e F.A. Hayek hanno entrambi indicato l’espansione artificiale del credito, normalmente nelle mani di una banca centrale istituita dal governo, come il colpevole esterno al mercato. (Hayek ha vinto il Premio Nobel nel 1974 per il suo lavoro su quella che è conosciuta come la teoria del ciclo economico austriaco.) Quando la banca centrale espande l’offerta di moneta – ad esempio, quando acquista titoli di stato – crea dal nulla i soldi per farlo. Questi soldi vanno direttamente alle banche commerciali o, se i titoli sono stati acquistati da una banca di investimento, si dirigono molto rapidamente verso le banche commerciali quando le banche di investimento depositano gli assegni della Fed. Allo stesso modo in cui il prezzo di qualsiasi bene tende a diminuire quando si verifica un aumento dell’offerta, l’afflusso di nuova moneta porta a tassi di interesse più bassi, poiché le banche hanno registrato un aumento dei fondi mutuabili.
I tassi di interesse più bassi stimolano gli investimenti in progetti a lungo termine, che sono più sensibili ai tassi di interesse rispetto a quelli a breve termine. (Confrontate gli interessi mensili pagati su un’ipoteca trentennale con gli interessi pagati su un’ipoteca biennale: un lieve calo dei tassi di interesse avrà un impatto sostanziale sul primo ma un impatto trascurabile sul secondo.) Investimenti aggiuntivi in, diciamo, ricerca e lo sviluppo (R&S), che possono richiedere molti anni per dare i loro frutti, sembreranno improvvisamente redditizi, mentre non sarebbero stati redditizi senza i minori costi di finanziamento determinati dai tassi di interesse più bassi. Descriviamo la R&S come appartenente a una fase di produzione “di ordine superiore” rispetto a un’impresa di vendita al dettaglio di cappelli, ad esempio, poiché i cappelli sono immediatamente disponibili per i consumatori mentre i risultati commerciali della R&S non saranno disponibili per un periodo relativamente lungo. Più una fase della produzione è vicina al prodotto finito per il consumatore a cui contribuisce, più la descriviamo come una fase inferiore.
Nel mercato libero, i tassi di interesse coordinano la produzione nel tempo. Assicurano che la struttura di produzione sia configurata in modo conforme alle preferenze del consumatore. Se i consumatori desiderano più prodotti esistenti in questo momento, le fasi di produzione di ordine inferiore si espandono. Se, d’altra parte, sono disposti a posticipare il consumo nel presente, i tassi di interesse incoraggiano gli imprenditori a sfruttare questa opportunità per dedicare fattori di produzione a progetti non orientati a soddisfare i bisogni immediati del consumatore, ma che, una volta realizzati, produrranno una maggiore offerta di beni di consumo in futuro.
“Nonostante la retorica popolare, il governo non può essere gestito come un business”.
Se i tassi di interesse più bassi nel nostro esempio fossero stati il risultato del risparmio volontario da parte del pubblico anziché dell’intervento della banca centrale, la relativa riduzione della spesa per consumi correlata a tale risparmio avrebbe liberato risorse da utilizzare nelle fasi di ordine superiore di produzione. In altre parole, nel caso del vero risparmio, la domanda di beni di consumo subisce un relativo declino; le persone risparmiano di più e spendono meno del solito.
Le industrie dei beni di consumo, a loro volta, subiscono una relativa contrazione in risposta alla diminuzione della domanda di beni di consumo. I fattori di produzione che una volta usavano queste industrie – i servizi di autotrasporto, ad esempio – sono ora rilasciati per l’uso in fasi più remote della struttura di produzione. Lo stesso modo accade per manodopera, acciaio e altri input non specifici.
Quando la struttura dei tassi di interesse liberamente stabilita sul mercato viene manomessa, questa funzione di coordinamento viene interrotta. L’aumento degli investimenti nelle fasi di produzione di ordine superiore viene effettuato in un momento in cui la domanda di beni di consumo non si è ridotta. La struttura temporale della produzione è distorta in modo tale da non corrispondere più al modello temporale della domanda dei consumatori. I consumatori chiedono beni nel presente in un momento in cui gli investimenti nella produzione futura vengono intrapresi in modo sproporzionato.
Pertanto, quando i tassi di interesse più bassi sono il risultato della politica della banca centrale piuttosto che del vero risparmio, non si è verificata alcuna riduzione della domanda dei consumatori. (Semmai, le tariffe più basse rendono le persone ancora più propense a spendere rispetto a prima.) In questo caso, le risorse non sono state rilasciate per un uso nelle fasi di ordine superiore. L’economia si trova invece in un tiro alla fune per le risorse tra le fasi di produzione di ordine superiore e inferiore.
Con risorse inaspettatamente scarse, il conseguente aumento dei costi minaccia la redditività dei progetti di ordine superiore. La banca centrale può espandere artificialmente il credito ulteriormente al fine di rafforzare la posizione delle fasi di ordine superiore nel tiro alla fune, ma rimanda semplicemente l’inevitabile.
Se il modello di risparmio e consumo liberamente espresso dal pubblico non supporta la differenza delle risorse verso le fasi di ordine superiore, ma, di fatto, riporta quelle risorse a quelle aziende che commerciano direttamente in beni di consumo finiti, allora la banca centrale si trova in guerra con la realtà. Dovrà infine decidere se, per convalidare tutta l’espansione di ordine superiore, è disposta a espandere il credito a una velocità molto alata e rischiare di distruggere del tutto la valuta, o se invece deve rallentare o abbandonare la sua espansione e lasciare che l’economia si adatti alle condizioni reali.
È importante notare che il problema non è una carenza di spesa per consumi, come vuole l’opinione popolare. Semmai, il problema deriva dall’eccessiva spesa per consumi e, di conseguenza, dall’incanalare troppo pochi fondi verso altri tipi di spesa – vale a dire, l’espansione delle fasi di produzione di ordine superiore che non possono essere completate in modo redditizio perché le risorse necessarie vengono tirate via proprio dalla domanda relativamente (e inaspettatamente) più forte di beni di consumo. Stimolare la spesa per consumi quindi non può che peggiorare le cose, intensificando la tensione sulla redditività degli investimenti già in calo nelle fasi di ordine superiore.
“Mises ha paragonato un’economia sotto l’influenza dell’espansione artificiale del credito con un capomastro incaricato di costruire una casa per cui (a sua insaputa) gli mancano sufficienti mattoni per completarla”. Si noti inoltre che il fattore scatenante del ciclo economico non è un fenomeno inerente al libero mercato. È l’intervento sul mercato che provoca il ciclo di boom insostenibile e l’inevitabile frenata10. Come afferma sinteticamente il teorico del ciclo economico Roger Garrison, “Il risparmio ci procura una crescita autentica; l’espansione del credito ci fa esplodere.11“
Questo fenomeno ha preceduto tutti i maggiori boom e crolli della storia americana, tra cui il crollo del 2007 e la contrazione del 1920-1921. Gli anni precedenti al 1920 furono caratterizzati da un massiccio aumento dell’offerta di moneta attraverso il sistema bancario, con i requisiti di riserva dimezzati dal Federal Reserve Act del 1913 e quindi con una considerevole espansione del credito da parte delle banche stesse.
I depositi bancari totali sono più che raddoppiati tra il gennaio 1914, quando la Fed ha aperto le sue porte e il gennaio 1920. Tale creazione artificiale di credito avvia il ciclo di espansione e contrazione. La Fed tenen fermo inoltre il suo tasso di sconto (il tasso al quale presta direttamente alle banche) durante la prima guerra mondiale (1914-1918) e per un breve periodo successivo. Iniziò a rafforzare la sua posizione alla fine del 1919.
L’economista Gene Smiley, autore di L’economia americana nel ventesimo secolo, osserva che “l’opinione più comune è che la politica monetaria della Fed sia stata la principale determinante della fine dell’espansione e dell’inflazione e dell’inizio della successiva contrazione e della grave deflazione.12“ Una volta che il credito ha iniziato a restringersi, gli attori del mercato hanno iniziato improvvisamente a rendersi conto che la struttura della produzione doveva essere riorganizzata e che le linee di produzione dipendenti dal credito facile erano state avviate erroneamente e dovevano essere liquidate.
Ora siamo in grado di valutare tali proposte perennemente alla moda, come lo “stimolo fiscale” e i suoi vari parenti. Pensate alle condizioni dell’economia a seguito di un boom artificiale. È gravato da squilibri. Sono state impiegate troppe risorse nelle fasi di produzione di ordine superiore e troppo poche nelle fasi di ordine inferiore.
Questi squilibri devono essere corretti da imprenditori che, attirati da tassi di profitto più elevati nelle fasi di ordine inferiore, offrano risorse lontane dalle fasi che si sono espanse troppo e le allochino in fasi di ordine inferiore dove sono più richieste. L’assoluta libertà di prezzi e salari di fluttuare è essenziale per lo svolgimento di questo compito, poiché salari e prezzi sono ingredienti indispensabili per la valutazione imprenditoriale.
Alla luce di questa descrizione dell’economia post-boom, possiamo vedere quanto siano inutili, anche irrilevanti, gli sforzi effettuati attraverso lo stimolo fiscale. Il semplice atto del governo di spendere soldi per progetti scelti arbitrariamente non fa nulla per correggere gli squilibri che hanno portato alla crisi. Non è un declino della “spesa” in sé che ha causato il problema. È la discrepanza tra il tipo di produzione che la struttura del capitale è stata indotta erroneamente a prendere da un lato e la conformazione della domanda dei consumatori, che non può sostenere la struttura della produzione così com’è, dall’altro.
E non è ingiusto fare riferimento ai progetti destinatari dello stimolo fiscale come progetti arbitrari. Poiché il governo manca di un meccanismo di profitti e perdite e può acquisire risorse aggiuntive solo espropriando in modo diretto le persone, non ha modo di sapere se sta effettivamente soddisfacendo la domanda dei consumatori (se mai se ne preoccupa) o se il suo uso di risorse è grottescamente dispendioso. Nonostante la retorica popolare, il governo non può essere gestito come un business.13
Uno stimolo monetario non è di alcun aiuto. Al contrario, intensifica solo il problema. Ne L’azione umana, Mises ha paragonato un’economia sotto l’influenza dell’espansione artificiale del credito con un capomastro incaricato di costruire una casa per cui (a sua insaputa) gli mancano abbastanza mattoni per poterla terminare. Prima scopre il suo errore, meglio è. Più a lungo persiste in questo progetto insostenibile, più risorse e tempo di lavoro sprecherà irrimediabilmente.
Se l’opinione austriaca è corretta – e credo che l’evidenza teorica ed empirica indichi fortemente che lo sia – allora il miglior approccio alla ripresa sarebbe più o meno il contrario di queste strategie keynesiane sempre invocate. Il bilancio del governo dovrebbe essere ridotto, non aumentato, liberando in tal modo risorse che gli attori privati potrebbero utilizzare per riallineare la struttura del capitale.
L’offerta di moneta non dovrebbe essere aumentata. I salvataggi si limitano a congelare l’errore imprenditoriale in atto, invece di consentire la ridistribuzione delle risorse verso le mani delle parti in grado di soddisfare le esigenze dei consumatori alla luce della nuova comprensione delle condizioni reali da parte degli imprenditori. I prestiti d’emergenza alle imprese in difficoltà perpetuano la cattiva allocazione delle risorse ed estendono il favoritismo alle imprese impegnate in attività non sostenibili a spese delle imprese solide disposte a destinare tali risorse a usi più appropriati.
Questa ricetta di austerità per il governo è esattamente ciò che Harding pretese nel suo discorso inaugurale del 1921:
- Dobbiamo affrontare la triste necessità, con la piena consapevolezza che il compito deve essere risolto, e dobbiamo procedere con la piena consapevolezza che nessuno statuto emanato dall’uomo può abrogare le leggi inesorabili della natura. La nostra tendenza più pericolosa è aspettarsi troppo dal governo e allo stesso tempo fare troppo poco. Ci accingiamo nell’immediato compito di mettere in ordine la nostra famiglia pubblica. Abbiamo bisogno di un’economia rigida, ma sana, combinata con una fiscalità giusta, e deve essere seguita dalla prudenza e dalla parsimonia individuali, che sono così essenziali in questo difficile momento e così rassicuranti per il futuro…
- Il meccanismo economico è intricato e le sue parti interdipendenti e ha subito gli shock causati da richieste anomale, inflazioni creditizie e sconvolgimenti dei prezzi. I saldi normali sono stati compromessi, i canali di distribuzione sono stati intasati, i rapporti tra la forza lavoro e il management sono diventati sempre più tesi. Dobbiamo perseguire il riaggiustamento con cura e coraggio… Tutte le sanzioni non saranno leggere, né distribuite uniformemente. Non c’è modo di renderle così. Non esiste un passaggio immediato dal disordine all’ordine. Dobbiamo affrontare una triste realtà, scaricare le nostre perdite e ricominciare da capo. È la più antica lezione di civiltà. Vorrei che il governo facesse tutto il possibile per mitigare tutto questo; quindi, nella comprensione, nella reciprocità degli interessi, nella preoccupazione per il bene comune, i nostri compiti saranno risolti. Nessun sistema alterato farà miracoli. Qualsiasi strano esperimento aggiungerà solo confusione. La nostra migliore garanzia risiede nell’amministrare in modo efficiente il nostro collaudato sistema.
“Dobbiamo procedere con la piena consapevolezza che nessuno statuto emanato dall’uomo può abrogare le leggi inesorabili della natura”, disse ancora Harding.
La incipiente comprensione di Harding di ciò che stava accadendo all’economia e del perché grandi piani interventisti avrebbero solo ritardato la ripresa è una rarità estrema tra i presidenti americani del XX secolo. Il fatto che sia stato oggetto di incessante scherno da parte degli storici, al punto che chiunque si trovasse a pronunciare una parola a suo favore verrebbe subito liquidato, dice molto sulle capacità dei nostri storici al di fuori della loro disciplina.
L’esperienza del 1920-1921 rafforza la tesi dei veri economisti di libero mercato secondo cui l’intervento del governo ostacola la ripresa economica. Non è nonostante l’assenza di stimoli fiscali e monetari che l’economia si riprese dalla depressione del 1920-1921. È perché queste cose sono state evitate che è arrivata la ripresa. La prossima volta che saremo solennemente avvertiti di ricordarci le lezioni della storia per evitare che la nostra economia peggiori ulteriormente, dovremmo fare riferimento a questo episodio e osservare con quanta fretta quanto i nostri interrogatori proveranno a cambiare argomento.
NOTE
1 Sulla fallacia della “prosperità in tempo di guerra” durante la seconda guerra mondiale, si veda Robert Higgs, , Depression, War, and Cold War (New York: Oxford University Press, 2006).
2 Kenneth E. Weiher, America’s Search for Economic Stability: Monetary and Fiscal Policy Since 1913 (New York: Twayne, 1992), p. 35.
3 Sul Giappone, di veda Benjamin M. Anderson, Economics and the Public Welfare: A Financial and Economic History of the United States, 1914–1946 (Indianapolis: Liberty Press, 1979 [1949]), pp. 88–89, 90.
4 Ibid., p. 92.
5 Robert Aaron Gordon, Economic Instability and Growth: The American Record (New York: Harper and Row, 1974), pp. 21–22, citato in Joseph T. Salerno, “An Austrian Taxonomy of Deflation —
6 Robert A. Degen, The American Monetary System: A Concise Survey of Its Evolution Since 1896 (Lexington, MA: D. C. Heath, 1987), p. 41.
7 Weiher, America’s Search for Economic Stability, p. 36.
8 Eugene P. Trani and David L. Wilson, The Presidency of Warren G. Harding (Lawrence, KS: University Press of Kansas, 1977), p. 72.
9 C. A. Phillips, T. F. McManus, and R. W. Nelson, Banking and the Business Cycle: A Study of the Great Depression in the United States (New York: Macmillan, 1937), p. 76.
10 La teoria austriaca si applica anche ai casi in cui non era presente una banca centrale e l’espansione del credito artificiale avveniva con altri mezzi. Anche in questi casi l’intervento del governo è un errore. Si veda Jesús Huerta de Soto, Money, Bank Credit, and Economic Cycles, trans. Melinda A. Stroup (Auburn, AL: Ludwig von Mises Institute, 2006).
11 Roger W. Garrison, “The Austrian Theory: A Summary,” in The Austrian Theory of the Trade Cycle and Other Essays, comp. Richard M. Ebeling (Auburn, AL: Ludwig von Mises Institute, 1996), p. 99.
12 Gene Smiley, “The U.S. Economy in the 1920s,” EH.Net Encyclopedia, ed. Robert Whaples, March 26, 2008.
13 Ludwig von Mises, Bureaucracy (New Haven, CT: Yale University Press, 1944).
QUI L’ARTICOLO ORIGINALE – TRADUZIONE DI PIETRO AGRIESTI
